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La 'rinascita' di Stefano Ferrarini: a Salsomaggiore l’emozione di un ritorno speciale

A Salsomaggiore, il pilota di Palagano (foto Dino Benassi in esclusiva per Rallysmo.it) tornerà a calarsi nell’abitacolo della sua Renault Clio dopo mesi travagliati: la fortuita scoperta di una patologia potenzialmente letale, l’operazione a cuore aperto, la convalescenza. Sempre con il chiodo fisso del ritorno alle gare…

Duecento settantatré giorni. Sono quelli che dividono Stefano Ferrarini dall’ultima apparizione in un rally (il Monte Caio 2018) al giorno in cui tornerà a presentarsi al via di una prova speciale. Nove mesi, il tempo di una gravidanza: ed il ritorno alle gare del 44enne di Palagano ha un po’ i connotati di una (ri)nascita. Perché tra questi due momenti, la vita di Stefano è stata stravolta da una diagnosi spaventosa ed inattesa come un fulmine a ciel sereno, da un intervento a cuore aperto, da una riabilitazione stimolante ma pur sempre impegnativa. Un’esperienza di quelle che forgiano e segnano. Avventura che ora riviviamo attraverso le parole dello stesso pilota.

Ci Siamo lasciati ad inizio novembre dello scorso anno. Da allora, cos’è successo?
“Diciamo che, quando ho tolto il casco, quella domenica, non avrei mai immaginato quello che mi stava attendendo dietro l’angolo. A metà gennaio, a causa di un’influenza che stava lasciando qualche strascico di troppo, il mio medico curante mi ha suggerito di fare un salto al pronto soccorso. Giusto per precauzione. Sono entrato pensando di restare al massimo qualche ora…”.

E invece?
“Mi hanno ricoverato d’urgenza, trattenendomi per cinque giorni. Il motivo? Una deformazione congenita di una valvola aortica con presenza di un aneurisma all’aorta superiore”.

In pratica, un po’ come avere una bomba ad orologeria in corpo.
“Sì, ho corso un grosso rischio: perché è una patologia del tutto asintomatica, ma potenzialmente letale. Mi hanno detto che, se non l’avessero scoperta in questa occasione, me la sarei portata dietro per qualche mese o anche anno, ma poi sarebbe saltata fuori. Magari proprio a seguito di uno sforzo più intenso, anche durante una gara. E, a quel punto, chissà come sarebbe andata a finire…”.

Con il senno di poi, si può dire che tu sia se non miracolato, quanto meno fortunato all’ennesima potenza. Ma quando ti hanno catapultato in reparto, non dev’essere stato molto gradevole.
“Uno shock: ecco cos’è stato. Non capivo cosa stesse accadendo, ero spaesato, impaurito. Il primo pensiero è andato alla mia compagna Monia, a mia figlia Alessia, ai miei genitori Carla e Roberto, agli amici. Al mio mondo, alla mia vita che vedevo improvvisamente in sospeso su un baratro d’incertezza. Un attimo dopo, il pensiero è andato ai rally: ed è deflagrata la preoccupazione di non poter rinnovare la licenza…”.

Come hai superato questa prima fase?
“E’ tutto merito di Monia, Alessia e dei miei, che mi hanno saputo tenere tranquillo, aiutandomi a comprendere la situazione e le prospettive. Oltre a loro, il dottor Ghidoni e tutto il suo team di chirurgia cardiovascolare dell’Hesperia di Modena mi hanno preso per mano ed accompagnato con professionalità ed umanità stupende attraverso questo passaggio inatteso, spiegandomi per filo e per segno cosa sarebbe accaduto”.

Per tornare alla vita normale, infatti, hai dovuto sottoporti ad un intervento di quelli che fanno paura solo a nominarli: a cuore aperto. Come sei arrivato a questo momento?
“Sono entrato in sala operatoria il 7 febbraio: sei ore d’intervento. Non c’è che dire – ride -, un rialzo notevole… Scherzi a parte, quando è arrivata l’ora dell’intervento, ero sereno e tranquillo. Perché sapevo di essere in ottime mani e che sarei tornato a correre, presto o tardi”.

Scusa, ma davvero i rally hanno avuto un ruolo così rilevante, in questa vicenda?
“Sì, dopo la famiglia e gli amici, questa passione per me è davvero importante. E non volevo perderla: proprio come gli affetti. Tanto che, dal momento della diagnosi a quello dell’intervento, grazie al paziente e comprensivo dottor Ghidoni, tutte le scelte – dal tipo di valvola da impiantare ai medicinali – sono state fatte nell’ottica di permettermi di riottenere la licenza non appena fosse stato possibile”.

Immagino che anche la convalescenza abbia avuto un sottofondo rallystico.
“Ci puoi giurare! Continuavo a pensare a quando sarei tornato a correre. Quando le cose non andavano bene e non vedevo i progressi che mi sarei aspettato, chiedevo ai medici se davvero sarebbe arrivato il momento di rimettere il casco; e loro, pazienti, annuivano sorridendo… Peraltro, proprio per poter recuperare al meglio la condizione fisica, ho optato per un percorso di riabilitazione che mi consentisse di occuparmi in prima persona del recupero. Ho seguito - ammetto con uno scrupolo mai avuto in passato - la tabella di allenamento ed il programma alimentare. E’ stato un grande stimolo, mi ha aiutato a tenermi concentrato sull’obiettivo ed a rendere meno difficili i giorni-no. In questi frangenti, a tranquillizzarmi ci hanno pensato Monia, amici e familiari ma anche… la mia Clio. Sì, appena ne ho avuto occasione, sono tornato a ‘coccolarmela’: mi sedevo dietro al volante, pensavo a quali interventi avrei dovuto fare, immaginavo il ritorno…”.

Dall’intervento al ritorno all’attività passeranno in pratica sei mesi.
“Il tempo giusto. E dire che volevo tornare all’Appennino Reggiano e l’avevo pure promesso agli organizzatori... Ma allora era ancora troppo presto, non c’erano proprio le condizioni per farlo. Avevamo così spostato il mirino su Taro, ma la gara cadeva a quattro mesi dall’operazione: giusto il tempo indicato per arrivare alla calcificazione dello sterno. Ho seguito il consiglio dei medici e, ora, sono felice di averlo fatto, perché torno alle corse nel momento ideale. Sto benissimo, corpo e mente sono in condizioni ottimali. Sono più in forma che mai. E’ proprio l’ora di tornare a correre”.

La tua famiglia come sta vivendo questo momento?
“I miei genitori erano dell’idea che dovessi prendermi un anno di riposo per tornare nel 2020, ma hanno visto con quale determinazione ed attenzione ho perseguito questo obiettivo ed hanno capito quanto ci tenessi: sanno che non sto facendo il passo più lungo della gamba, perciò sono sereni. Anche Monia, che mi ha seguito come un angelo custode in tutti questi mesi, mi ha dato il semaforo verde”.

A Salsomaggiore, Monia sarà al tuo fianco.
“Ovviamente. Alla pari degli amici di sempre, il cosiddetto ‘team della ruggine’ composto da Andrea Tonelli, Roberto e Monica Debbi, Davide Incerti e Gimmi Fantini (Incerti e Monica Debbi, in realtà, saranno a loro volta al via del rally – ndr): anche loro mi sono sempre stati vicini, in questi mesi. In macchina, poi, ci sarà l’amico di sempre: Cristian Baroni. L’anno scorso l’avevo portato all’esordio come navigatore, stavolta è un po’ come se i ruoli s’invertissero e sarà lui ad accompagnarmi in quello che, se non è un esordio-bis, è una sorta di ‘anno zero’. In realtà, a navigarmi doveva esserci Emanuele Pè, ma lui ha preferito fermarsi per un po’ di tempo per stare vicino alla moglie incinta. Così, si è materializzata questa coincidenza: e devo ammettere che, pur dispiacendomi per l’assenza di Emanuele, sono felice di avere con me l’amico storico, quello con il quale condivido da sempre tante passioni ed interessi”.

Che accoglienza ti aspetti, dal ‘tuo’ mondo dei rally?
“In realtà, non sono mai veramente mancato dall’ambiente. Vuoi perché in tanti – e mi ha fatto molto piacere – si sono interessati e mi sono stati vicini, in un qualche modo, durante il pre ed il post operazione; vuoi perché alla prima gara in regione, l’Appennino Reggiano, ero già presente come spettatore ed ho potuto salutare tutti. Perciò, stavolta sarà più o meno come sempre…”.

Invece, credo che si possa dire che domenica prossima vedremo uno Stefano Ferrarini un po’ cambiato…
“Non so se si possa dire che sono davvero cambiato, ma è vero che, dopo una mazzata così, si ragiona con una testa diversa. Ora prendo la vita con maggior serenità, pensando a godermela ed apprezzando tutto quanto di buono ti può dare. Tra queste cose, ci metto anche le passioni e, quindi, i rally: tutte cose da coltivare con costanza. Diciamo che mi sento più leggero con la vita, adesso”.

Prova ad immaginare domenica 4 agosto: l’uscita dal riordino notturno, il tragitto verso la prima prova. Il conto alla rovescia ed il semaforo verde che si accende…
“Ho già un nodo in gola, l’ammetto. Sarà un’emozione speciale: questo ritorno sta facendo emergere sensazioni inedite, fortissime”.

Cosa ti aspetti da questa prima apparizione del ‘nuovo’ Stefano Ferrarini?
“Credo che possa venire fuori una buona gara: le sensazioni della vigilia sono decisamente positive. Non avrò certamente il passo di chi sta correndo da inizio anno, ma credo che – salvo imprevisti – sarò per lo meno in grado di evitare la maglia nera della N3. Stavolta, però, il responso del cronometro passerà in secondo piano: tornare sulla pedana di partenza ed al via di una speciale valgono bene un successo… da assoluta!”.

Dopo Salsomaggiore, come proseguirà la tua stagione?
“Ho in mente due gare alle quali tengo: non potrei mai disertare il mio amato Città di Modena e poi, naturalmente, bisognerà chiudere la stagione con il tradizionale epilogo del Monte Caio. Anche perché ho una sorta di ‘conto in sospeso’ dall’anno scorso con Gabriele Ravazzini: ero arrivato secondo alle sue spalle, in N3, e allora gli diedi appuntamento all’edizione 2020; non voglio proprio perdermela, questa ‘rivincita’. Gliel’ho già ricordato in questi mesi, durante i quali Gabriele è stato uno tra i più presenti”.

Prima di lasciarti agli ultimi preparativi in vista del Salsomaggiore, c’è qualcosa che abbiamo omesso?
“Vorrei solo spendere qualche ringraziamento al quale tengo molto. Penso al mio medico curante – grazie alla cui intuizione è stato possibile scoprire questa patologia -, al dottor Ghidoni ed a tutto il personale dell’Hesperia, persone fantastiche oltreché professionisti da… WRC; penso a Monia, ad Alessia, ai miei genitori ed agli amici, senza i quali il passaggio attraverso questo tunnel sarebbe stato molto più difficile e tormentato; ringrazio tutti coloro del nostro mondo dei rally che, in un qualche modo, mi sono stati vicini”.

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